WTO

Tutto quello che non vi hanno mai detto sul commercio globale



La denuncia delle strategie politiche ed economiche intraprese dall’organizzazione mondiale per il commercio, in un testo che è già diventato un manifesto per i movimenti di base americani.


Lo scopo dichiarato dei meeting del Wto, l’Organizzazione mondiale per il commercio, è trovare regole certe di liberalizzazione. Ma il vero tema al centro dell’attenzione è l’estensione del dominio del commercio a tutta la sfera delle attività umane, sempre più spesso a discapito delle popolazioni più povere e delle loro istanze ecologiche, etiche e di sviluppo. Il Wto è infatti già intervenuto in molte parti del mondo per impedire l’adozione di metodi produttivi e di scambio compatibili con la salvaguardia delle risorse naturali.
Il libro offre un’analisi documentatissima e solleva un tema inquietante: se il Wto dovesse riuscire a stabilire la sua dittatura, potrebbe mettere in serio pericolo la democrazia e l’autonomia degli stati nazionali privandoli della loro capacità di decidere.


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Gli autori: Lori W. e Michelle S. sono ricercatori di Public Citizen, una tra le più importanti organizzazioni ambientaliste e di difesa dei consumatori americani, promotrice tra l’altro del Controvertice di Seattle.
Ralph N., fondatore di Public Citizen, è fin dagli anni settanta protagonista di primo piano della scena politica americana.
Maurizio M. è tra i promotori della Rete Lilliput, network che raggruppa centinaia di associazioni di base italiane impegnate sui temi dell’economia di giustizia.


- Opera pubblicata nel 1999


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Whose Trade Organization?


In questo libro, il Public Citizen’s Global Trade Watch documenta in modo esaustivo i cinque anni di attività del World Trade Organization (Wto). Purtroppo, l’operato del Wto risulta molto più dannoso di quanto i suoi oppositori avessero previsto prima della sua approvazione.

Approvando un accordo forte e inclusivo come il Wto, e altri accordi internazionali sul commercio quali il North American Free Trade Agreement (Nafta), il Congresso degli Usa, e con esso i parlamenti di altre nazioni, rinunciano in gran parte alla facoltà di determinare standard di sanità e sicurezza che proteggano i cittadini, accettando, sul piano legale, pesanti limitazioni alle proprie strategie. L’approvazione di questi accordi istituzionalizza una struttura economica e politica che consegna sempre più i singoli governi nelle mani di un sistema finanziario e commerciale globale, perpetrato per mezzo di un governo internazionale autocratico che favorisce SOLO gli interessi delle multinazionali globali.

Questo nuovo sistema di governo garantisce un immenso controllo sui minuti dettagli della vita della maggior parte degli abitanti del pianeta. Questo nuovo sistema non è finalizzato alla salute e al benessere economico dei cittadini, ma all’ampliamento del potere e della ricchezza delle maggiori multinazionali e istituzioni finanziarie mondiali.

All’interno di questo nuovo sistema, molte scelte che coinvolgono la vita quotidiana delle persone vengono progressivamente sottratte alla facoltà dei governi locali e nazionali per essere trasferite a un gruppo di burocrati del commercio non eletti, che siedono nel chiuso delle stanze di Ginevra. Questi burocrati, per esempio, hanno oggi il potere di stabilire se la popolazione della California può intervenire per evitare la distruzione dell’ultimo tratto di foresta vergine sopravvissuto in quello stato, o per evitare la presenza nei propri alimenti di pesticidi cancerogeni; o ancora se i paesi europei hanno il diritto di esigere che non vi siano nei cibi che consumano, tracce di organismi derivanti da biotecnologie rischiose per la salute. Inoltre, una volta che le commissioni segrete del Wto abbiano emanato i propri editti, non può esservi alcun ricorso indipendente: la conformità dev’essere totale.

Sono quindi in gioco le vere e proprie basi della democrazia, e quella facoltà di decidere responsabilmente che è il supporto indispensabile di tutte le battaglie civili per un’equa distribuzione della ricchezza e per un’adeguata difesa della salute, della sicurezza e dell’ambiente. L’erosione della responsabilità democratica, e della sovranità locale e nazionale che ne è l’espressione, è ormai in atto da diversi decenni. La globalizzazione del commercio e della finanza è disegnata dalle multinazionali, che, in assenza di regole universalmente valide, manovrano semplicemente a partire dalle proprie esigenze. L’istituzione del Wto è un passo fondamentale per la formalizzazione e il rafforzamento di un sistema creato espressamente in funzione di questo.

Meglio definito come globalizzazione mondiale dell’economia, questo nuovo modello economico è caratterizzato dall’apposizione di vincoli sovranazionali alla facoltà legale e pratica dei singoli stati di subordinare l’attività commerciale ad altri obiettivi politici. La tattica della globalizzazione è quella di abolire la responsabilità e il potere decisionale su questioni così private quali la sicurezza dei cibi, dei farmaci o dei veicoli a motore, o il modo in cui un paese può usare o preservare il proprio territorio, la propria acqua, i propri minerali e tutte le altre risorse.

Oggi non si può aprire un giornale senza avere davanti una miriade di esempi dei problemi che emergono dalla concentrazione del potere: abbassamento del tenore di vita nella maggior parte dei paesi avanzati e quelli in via di sviluppo; aumento della disoccupazione in tutto il mondo; esteso degrado ambientale e carenze di risorse naturali; scenari politici sempre più caotici; un’impressione di generale pessimismo che sostituisce l’ottimismo e la speranza nel futuro.

Non c’è bisogno di riunioni cospirative per alimentare la spinta alla globalizzazione. Gli interessi delle imprese globali si fondano su una visione comune e distorta: per loro il pianeta rappresenta innanzitutto un mercato da sfruttare e una fonte di capitali. I governi, le leggi e la democrazia sono fattori che limitano lo sfruttamento, e perciò vanno resi inoffensivi. Dal loro punto di vista, l’obiettivo è quello di eliminare le barriere commerciali su scala mondiale. Da ogni altro punto di vista, tali barriere – e cioè leggi che sviluppano l’economia di una nazione, che salvaguardano la salute e la sicurezza dei cittadini, che garantiscono l’uso sostenibile della terra, delle risorse e così via – sono un prezioso strumento di difesa dal commercio privo di regole. Ma per le imprese multinazionali, la diversità, che è un dono della democrazia e deriva dalla diffusione del potere decisionale, rappresenta la barriera più grave.

In qualche (rara) circostanza, i fautori del programma di globalizzazione economica sono stati franchi in merito alle proprie intenzioni: “I governi dovrebbero intervenire il meno possibile nella gestione del commercio”, dice il 3 marzo del 1994 Peter Sutherland, segretario generale del Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) in un discorso tenuto a New York per sollecitare gli Usa ad approvare l’istituzione del Wto.

A rendere ancora più allarmanti simili affermazioni è il fatto che quello che ai giorni nostri va sotto il nome di “commercio” comprende una fetta enorme delle strutture economiche e politiche di ciascuna nazione. Il Wto e altri accordi commerciali sono andati ben al di là del ruolo tradizionalmente loro assegnato, quello cioè di stabilire le tariffe e le quote, per istituire nuovi e inauditi controlli a carico dei governi democratici. Abolire le leggi nazionali e le frontiere economiche per sviluppare la mobilità del capitale e il “libero mercato” – termine che sarebbe opportuno sostituire con “mercato delle multinazionali”, dato che per gli altri produce enormi restrizioni invece che libertà – ha fatto la fortuna di imprese come American Express, Cargill, Union Carbide, Shell, Citicorp, Pfizer e altri colossi dell’economia globale. Ma l’ipotesi di un commercio globale senza controllo democratico si prospetta disastrosa per il resto del mondo, che resterebbe gravemente esposto a un’imprenditorialità deregolata, accompagnata da un drastico abbassamento delle condizioni di vita, sanitarie e ambientali.

Come avverte l’economista Herman Daly nel suo “Discorso d’addio alla Banca mondiale” del gennaio 1994, cercare di abolire la facoltà degli stati nazionali di regolare il commercio significa: “Ferire mortalmente la principale entità comunitaria capace di svolgere politiche per il bene comune. […] Il globalismo cosmopolita indebolisce le frontiere nazionali e il potere delle comunità nazionali e subnazionali, rafforzando per contro il potere delle grandi imprese transnazionali”.

La motivazione filosofica del programma di globalizzazione pare sia quella che portare al massimo la liberalizzazione economica globale comporta di per sé grandi vantaggi sul piano economico e sociale. Tuttavia, chi crede a questa filosofia, o la fatto che la globalizzazione delle imprese sia motivata da altro che dalla volontà di massimizzare i profitti a breve termine, non ha che da analizzare il caso dei rapporti economici tra Cina e Usa. Nel 1994, quando la posta in gioco sono soltanto i diritti umani, l’amministrazione Clinton interrompe lo storico legame tra condizioni commerciali di favore e stato dei diritti umani all’interno di un Paese, appoggiando la conferma della Cina come “nazione più favorita” (Most Favored Nation – Mfn). Invece, agli inizi del 1995, quando entrano in gioco i diritti di proprietà, gli affitti di McDonald e le royalties di Topolino inducono gli Usa a minacciare restrizioni commerciali ai danni della Cina per un importo complessivo di un miliardo di dollari. Tale minaccia ha l’effetto di produrre cambiamenti nella politica del governo cinese, finalizzati al rispetto della proprietà dei beni intellettuali.

Analogamente, gli strumenti primari della globalizzazione economica – il Nafta e il Wto – non puntano a eliminare dal commercio ogni genere di vincolo; piuttosto, gli accordi promuovono l’abolizione dei vincoli che proteggono i cittadini, aumentando nel contempo quelli che proteggono gli interessi delle imprese. La regolamentazione del commercio al fine di tutelare la salute e l’ambiente o di perseguire altri scopi sociali è rigidamente condizionata. Per esempio, il commercio di prodotti ottenuti con il lavoro minorile è legalmente ammesso dal Wto. Eventuali proposte di migliorare standard obsoleti o antiquati vengono scoraggiate sul nascere dalla probabilità di essere ricusate dal Wto, con la conseguenza che si viene a stabilire una moratoria di fatto sugli sforzi per progredire e per creare nuovi standard. I diritti del lavoro, che per indicazione parlamentare dovevano essere inclusi nell’Uruguay Round, ne ne restano completamente esclusi in quanto limitazioni inopportune del commercio globale. Ma la regolamentazione del commercio per proteggere i diritti di proprietà delle imprese monopolistiche – nonché la proprietà dei beni culturali – viene rafforzata; e viene anche rafforzato il diritto del capitale a essere investito in qualunque paese e in qualunque settore economico senza condizionamenti di sorta.

Rinunciando al diritto di condizionare l’investimento in un paese al rispetto di determinati standard sociali, o l’ingresso di prodotti sul mercato interno alla conformità con le normative nazionali, gli stati si privano di qualsiasi strumento di influenza sul comportamento delle imprese. Le imprese globali statunitensi sanno da tempo come aizzare gli stati l’uno contro l’altro in una sorta di “spirale verso il basso” per poter profittare dei più bassi salari, delle tasse più clementi e degli standard più permissivi in fatto di inquinamento. Oogi, per mezzo del Nafta e del Wto, le imprese multinazionali possono fare questo gioco a livello planetario: in fondo, razionalizzare i costi sociali e ambientali è l’unico modo per incrementare i profitti delle imprese. Siamo di fronte a un tragico allettamento, nel quale i vincenti e i perdenti sono già noti prima ancora che vada a effetto: i perdenti sono i lavoratori, i consumatori e le comunità di tutto il mondo, mentre trionfa il grande capitale nella sua corsa verso i profitti a breve termine.

Nel regime imposto dal Wto, lo scivolamento verso il basso non si verifica solo per le condizioni di vita e per la tutela della salute e dell’ambiente, ma anche per la stessa democrazia. L’attuazione di queste cosiddette riforme del libero mercato, praticamente garantisce che agli sforzi democratici per far sì che le imprese globali paghino la loro giusta quota di tasse, assicurino ai dipendenti decorose condizioni di vita, riducano l’inquinamento dell’aria e dell’acqua, si risponda sempre con il medesimo ritornello: “Non potete farci carico di questo. Se lo fate non saremo più competitivi, dovremo chiudere e spostarci in un Paese che ci offre condizioni più ospitali”. Questa sorta di ricatto è estremamente efficace. Comunità già colpite dalla chiusura delle fabbriche e dalla riduzione della base produttiva faranno il possibile per non perdere altri posti di lavoro, sapendo fin troppo bene che simili minacce non di rado si traducono in realtà.

Tra gli insegnamenti più chiari che emergono dall’analisi delle società industrializzate è che la centralizzazione del commercio è nociva per l’ambiente e per la democrazia. Nessuno nega l’utilità di un certo scambio internazionale; ma le società devono concentrare il proprio impegno nello stimolare la produzione di beni da destinare all’interno della comunità. Molto spesso le imprese su scala più ridotta si adattano con maggiore flessibilità alle esigenze locali e a metodi di produzione ecosostenibili. Inoltre sono più accessibili al controllo democratico, meno esposte al rischio di trasferimenti, e ritengono che i propri interessi coincidano con quelli della comunità.

Analogamente, conferire potere alle istanze governative di base significa aumentare il potere dei cittadini. Concentrare il potere in remoti organismi internazionali, come fanno i trattati commerciali, significa sottrarre ai cittadini la facoltà di compiere scelte cruciali per il Paese. Al rappresentante di un organo locale ci si può rivolgere direttamente, mentre il burocrate del Wto è irraggiungibile e senza volto.

Se le scelte di uno stato o di una comunità possono essere messe a repentaglio dal fatto che un paese straniero accusi i suoi standard di costituire un ostacolo allo scambio senza interferenze, se un paese deve pagare lo scotto delle sanzioni commerciali per mantenere leggi che remoti tribunali chiusi e autocratici dichiarano essere di intralcio, se un’impresa sostiene che l’aggravio eventualmente causato dai meccanismi di tutela dei cittadini la obbligano a chiudere e a trasferirsi in un altro paese, vuol dire che in tutto il mondo i livelli di vita e gli standard di giustizia che li sottendono continueranno a scivolare verso il basso. È questo che accade quando i valori democratici sono subordinati agli imperativi del commercio internazionale.

In seguito all’istituzione del Wto, il processo di globalizzazione delle imprese e i suoi effetti si vanno progressivamente accentuando, accompagnati dal peggioramento o dalla stagnazione delle condizioni economiche per la maggior parte della gente comune. Negli Usa, se non tracciamo noi il collegamento tra i problemi locali e la spinta delle multinazionali alla globalizzazione politica ed economica, saranno altri a denunciare questi crescenti e inevitabili problemi attribuendone la responsabilità a fattori diversi. “È colpa degli immigrati!”, “È colpa dello stato assistenziale!”, “È colpa degli operai e dei contadini che chiedono troppo!”, “È colpa delle barriere commerciali!”. Permettere che le cause reali di questi sfaccettati problemi risultino così travisate significa accettare di distogliere l’attenzione dagli obiettivi reali, creando divisioni tra i cittadini a vantaggio delle imprese globali.

Dunque, quella che ci troviamo oggi ad affrontare è una vera corsa contro il tempo: finché esistono ancora le istituzioni e gli istinti democratici, riusciranno i cittadini, per quanto ingannati e minacciati, a invertire la tendenza alla globalizzazione? Il livello di repressione e di inganno necessario per portare avanti il programma di globalizzazione sarà difficile da mantenere in presenza di un’energica vigilanza democratica. Tuttavia, la possibilità di revocare realmente il Nafta, il Wto e la spinta alla globalizzazione avrà come condizione necessaria la rivitalizzazione della democrazia di base nel nostro e negli altri paesi.

Questo libro, che introduce l’argomento riportando le esperienze fatte dal 1995 con l’istituzione del Wto, conferma, per mezzo di puntuali verifiche condotte in una serie di regioni, che gli ammonimenti degli oppositori del Gatt e del Nafta erano realmente profetici.


Ralph N.


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Introduzione

Dopo decenni di pubblicità martellante da parte delle multinazionali che producono latte in polvere per neonati, il mondo si trova a confrontarsi con la piaga dei decessi neonatali che si verifica nei paesi del Terzo mondo quando le madri mescolano il latte in polvere con acqua batteriologicamente infetta. In risposta a questa crisi della pubblica sanità e a una campagna mondiale dei gruppi umanitari, l’Unicef istituisce un codice mondiale che regolamenta il commercio del latte in polvere. Più di un centinaio di paesi adottano quel codice, che vieta di distribuire il latte in polvere in confezioni su cui siano raffigurati neonati floridi e robusti: l’intento è quello di evitare che le madri associno l’idea del latte in polvere a quella della salute, abbandonando l’usanza dell’allattamento al seno.
Ma non tutti apprezzano l’idea. Gerber Foods, un’azienda il cui logo commerciale rappresenta un neonato felice e grassottello, solleva le obiezioni più forti. Quando il Guatemale richiede alla Gerber di togliere l’immagine del bambino dalle confezioni dei prodotti venduti in Guatemala, l’azienda si rifiuta, e minaccia un’azione legale appellandosi a un accordo commerciale internazionale noto come Gatt.
All’insaputa della maggior parte dei cittadini, il Guatemala come in altri paesi, le trattative proseguono, arrivando a definire a grandi linee la proposta di un nuovo istituto commerciale straordinariamente potente, il Wto. Questo nuovo organismo avrà la facoltà di fare applicare una normativa di oltre 700 pagine, che regolamenta numerose questioni prima di competenza dei governi nazionali. All’interno di questa normativa, un nuovo accordo sui diritti di proprietà impone ai paesi di dare la priorità ai marchi delle imprese globali rispetto ad altri di portata nazionale.
Il nuovo organismo è dotato di un eccezionale potere esecutivo, mai contemplato né dagli accordi sul controllo mondiale degli armamenti, sull’ambiente, o sui diritti umani, né da altre massime convenzioni internazionali. Da esso scaturisce un nuovo sistema di governo globale, in cui un paese può mettere in discussione le leggi di un altro sottoponendole al giudizio di commissioni riservate, formate da burocrati del commercio, che si riuniscono a porte chiuse nella sede di Ginevra. Le politiche ritenute in contrasto con le norme del Wto dovranno essere abrogate o modificate; i paesi che insisteranno nell’adottarle pagheranno al paese che risulterà vincente nel giudizio tariffe più alte o compensazioni economiche di altro tipo.
Come firmatario del Gatt, il governo guatemalteco sa quali sono le sfere di competenza dell’accordo ed è a conoscenza della proposta di costituzione del Wto. Di fronte alla prospettiva di una lunga e costosa battaglia dinnanzi a una commissione del Wto, il Guatemala fa marcia indietro ed esonera l’alimento per neonati dal rispetto delle norme sulle confezioni. Ancora oggi il neonato paffuto della Gerber fa bella mostra di sé in tutti i supermercati del paese.
Questa vicenda rappresenta soltanto un esempio dei modi in cui il Wto può influenzare, a livello planetario, la vita di un’infinità di persone, la maggior parte delle quali ignorano completamente la sua esistenza, e sono inconsapevoli di come la sua nascita sia equivalsa a un silenzioso colpo di stato ai danni delle democrazie di tutto il mondo.

A differenza dei precedenti patti commerciali, il Wto e gli accordi che lo compongono estendono il proprio raggio d’azione molto al di là delle tradizionali questioni commerciali, come le tariffe, le quote, o le prescrizioni sul trattamento da riservare alle merci nazionali e straniere. Le norme del Wto possono per esempio limitare l’efficacia delle leggi di un paese in merito alla sicurezza dei cibi o al rispetto delle norme di etichettatura dei prodotti. Possono impedire a un paese di vietare il commercio di prodotti ottenuti con il lavoro minorile. Possono perfino regolamentare l’impiego delle imposte statali (per esempio vietando che nelle decisioni di acquisto dei governi incidano considerazioni di carattere ambientale o umanitario). Le restrizioni del Wto si applicano tanto alle leggi locali o regionali quanto alle leggi nazionali.

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Promesse e realtà: documentiamo gli effetti del Wto

Il Wto venni istituito il primo gennaio 1995 come parte dell’Uruguay Round Agreement all’interno del Gatt, e conta oggi 134 paesi membri. Mentre ancora sono in corso i negoziati dell’Uruguay Round i gruppi ambientalisti, le associazioni dei consumatori e dei lavoratori segnalano allarmati che il sistema rappresentato dal Gatt, in vigore ormai da decenni, uscirà da quella trattativa con una fisionomia radicalmente diversa, e un’estensione tale delle sue facoltà da poter assoggettare gli obiettivi di pubblico interesse – la creazione di governi responsabili, la tutela dell’ambiente, della salute e della sicurezza, la difesa dei diritti umani e del lavoro – agli interessi delle aziende multinazionali.
I fautori dell’Uruguay e del Wto liquidano questi allarmi come profezie catastrofiche frutto di cattiva informazione. Assicurano che l’Uruguay Round e il Wto non minacciano in alcun modo la sovranità nazionale e la libertà degli stati di decidere in modo democratico e responsabile le proprie politiche. Sostengono che l’attuazione dell’Uruguay Round porterà enormi vantaggi economici a tutti i paesi del mondo: il deficit commerciale degli Usa diminuirà di 60 miliardi di dollari in dieci anni; i paesi dell’America latina saranno investiti da un vero boom economico, e anche in Asia la crescita sarà vertiginosa. Il segretario americano al Tesoro Lloyd Bentsen predice addirittura che negli Usa l’approvazione dell’Uruguay Round comporterà un aumento di 1700 dollari sul reddito di ogni nucleo famigliare.
Oggi, a distanza di quasi cinque anni, è evidente che le politiche di pubblico interesse sono state gravemente danneggiate dall’operato del Wto, e che i sistemi di salvaguardia della salute e dell’ambiente sono minacciati negli Usa e in tutto il mondo. I vantaggi economici promessi non si sono realizzati. Non solo il Wto non è stato all’altezza delle promesse dei suoi promotori, ma continua a produrre guasti irreparabili.
Questo libro, risultato di un’indagine di un anno condotta dal Public Citizen’s Global Trade Watch, analizza i risultati di cinque anni di attività del Wto: studia gli effetti del Wto sulla difesa e la conservazione dell’ambiente, sulla sicurezza dei cibi e dei prodotti, sulla pubblica sanità, sulla sicurezza nel lavoro e sull’accesso ai farmaci, sull’occupazione, sulla reperibilità dei mezzi di sostentamento, sullo sviluppo economico e sugli standard di vita, sui diritti umani e del lavoro.
Questo libro documenta il pericoloso slittamento del potere decisionale, dalle istanze responsabili e democratiche – dove i cittadini hanno la possibilità di battersi perché si faccia il pubblico interesse – a entità internazionali occulte e remote, prive di responsabilità di fronte ai cittadini, le cui norme e il cui operato soggiacciono agli interessi delle imprese multinazionali. Paradossalmente, gli Usa – che vantano, in teoria, un sistema di governo tra i più aperti e responsabili – sono in prima fila nell’usare il Wto per minare le istituzioni democratiche degli altri paesi e i sistemi che le hanno finora sostenute.
Gran parte dell’informazione che presentiamo in merito alle vertenze giudicate dal Wto, e alla minaccia che esso rappresenta per i governi e le associazioni, viene pubblicata per la prima volta ed è stata ottenuta soltanto dopo minuziosa ricerca. La tendenza che emerge è che il Wto sta tacitamente erodendo l’equilibrio tra gli interessi dei cittadini in fatto di equità economica, protezione dell’ambiente, salute e sicurezza da un lato, e gli interessi a breve termine delle imprese multinazionali in fatto di controllo dei mercati e di redditività dall’altro.
I fautori di questo sistema lo definiscono “libero mercato”, ma le regole del Wto (molte delle quali impongono ampie restrizioni di stampo monopolistico in diversi settori commerciali come quello dei farmaci e delle tecnologie) poco hanno a che fare con le filosofie di Adam Smith e David Ricardo, favorendo invece un modello di globalizzazione economica che sarebbe più appropriato chiamare “mercato delle multinazionali”.
Non è ancora possibile contemplare questo nuovo sistema di governo in tutta la sua estensione perché alcune delle sue norme non sono ancora pienamente applicate. È tempo tuttavia di domandarsi: è un sistema al servizio di chi? Certo non della maggioranza dei cittadini del pianeta. Questo libro comincia a documentare che il sistema attualmente emergente favorisce SOLO le grandi imprese multinazionali e i soggetti più ricchi dei paesi avanzati e di quelli in via di sviluppo.
Non è detto che questo sistema si debba ormai dare per scontato. Malgrado gli sforzi propagandistici di coloro che beneficiano di questo assetto per convincerci del contrario, il progetto del Wto è ancora a uno stadio iniziale: non è inevitabile come il fatto che la Luna fa salire le maree. Portare a compimento il Wto e la globalizzazione che esso comporta richiede ancora un grandissimo sforzo di pianificazione, di pubbliche relazioni e di lavoro politico. Se non gradiamo le prospettive di questo progetto, possiamo inventarci delle alternative.
Lo scopo di questo libro è quello di mettere in luce gli effetti dell’attuale sistema per coloro che saranno maggiormente colpiti dalla scelta di un modello invece che un altro. Lo abbiamo scritto per tutta quella gente che sa poco del Wto e del suo operato, e che quindi non immagina lontanamente quale minaccia esso rappresenti per la salute, la sicurezza, la sopravvivenza, gli alimenti, l’ambiente e il futuro.
Se dopo aver letto questo libro concordate con noi che gli esiti del Wto sono inauspicabili e inaccettabili, siete pregati agire. Lavorando insieme, gli abitanti di tutto il pianeta possono chiedere di sostituire il modello Wto con un sistema più equo, che risponda di fronte ai cittadini e sia ecologicamente sostenibile.

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I miglioramenti economici promessi non si concretizzano

Dobbiamo aspettare che le norme dell’Uruguay Round si realizzino in tutti i loro aspetti prima di poterne valutare gli effetti economici a lungo termine. Ma le linee di tendenza fin qui emerse lasciano presagire gravi problemi. Queste linee dovrebbero mutare drasticamente per riportare semplicemente i paesi in via di sviluppo alle condizioni, senza dubbio più favorevoli, preesistenti all’Uruguay Round; e ancora di più per adempiere alle molte bizzarre promesse di progresso economico ventilate dagli entusiastici fautori dell’Uruguay Round.
Quello che oggi sappiamo con certezza è che dalla nascita del Wto il mondo è stato colpito da un’instabilità finanziaria senza precedenti. La crescita economica dei paesi in via di sviluppo ha subito un drastico rallentamento. La disparità dei redditi tra paese e paese e all’interno dei singoli paesi va rapidamente crescendo. Malgrado l’incremento della produttività, nella maggior parte dei paesi i salari non sono aumentati. I prezzi dei prodotti agricoli sono al minimo storico, il che produce per molti un abbassamento del tenore di vita, specie in Asia, in Africa e in America latina. Di fatto, nella maggior parte dei paesi la fase dominata dall’Uruguay Round ha portato drastici capovolgimenti di “fortuna”.
L’America latina sta affogando nella depressione economica più profonda che abbia conosciuto dalla crisi del debito degli anni Ottanta. Un rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) riscontra che “in quasi tutti i paesi in via di sviluppo che hanno intrapreso una rapida liberalizzazione del commercio, le disparità salariali sono aumentate, molto spesso nel quadro di un calo dell’occupazione dei lavoratori non qualificati dell’industria, provocando una caduta dei salari reali dell’ordine del 20-30% nei paesi dell’America latina”.
L’Asia orientale è paralizzata da una crisi economica causata in parte dalla deregolamentazione del settore degli investimenti e dei servizi finanziari che le norme del Wto hanno intensificato e allargato ad altre nazioni. Mentre i mezzi di comunicazione statunitensi annunciano che la crisi è superata, gli abitanti della Corea del Sud sperimentano sulla propria pelle una situazione ben diversa: la crisi ha quadruplicato il tasso di disoccupazione, e portando l’aumento della povertà assoluta al 200%, ha fatto regredire di decenni l’economia del paese.
In generale, gli indicatori economici globali dipingono un quadro a tinte fosche: nel 1997 la disparità di reddito tra il quinto della popolazione mondiale che vive nei paesi più ricchi e il quinto che vive nei paesi più poveri è di 74 a 1, mentre era di 60 a 1 nel 1990 e di 30 a 1 nel 1960. Alla fine del 1997 il 20% della fascia più ricca detiene l’86% del reddito mondiale, mentre il 20% della fascia più povera si deve accontentare dell’1%.
Negli Usa il deficit commerciale è al massimo storico con 218 miliardi di dollari, e sta ancora salendo – non scendendo, come promesso – dopo essere balzato a questa cifra dai 98 miliardi del 1994. il reddito della famiglia media non è aumentato di 1700 dollari l’anno, come promesso dall’amministrazione Clinton, in nessuno degli ultimi quattro anni, e questo nonostante il fatto che l’economia statunitense stia crescendo a un ritmo da record.
Pur disegnando un quadro estremamente eloquente, le cifre dell’economia danno conto soltanto di un aspetto della questione. Di uguale rilevanza, ma meno noto, è il costante primato del Wto nell’erodere le politiche di pubblico interesse volte alla salvaguardia dell’ambiente, della salute, della sicurezza, dei diritti umani e della democrazia.

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Le vertenze e le minacce del Wto pregiudicano il pubblico interesse

Le crescenti limitazioni imposte dall’Uruguay Round alla facoltà dei governi di mantenere normative di pubblico interesse vengono attuate per mezzo di un sistema di commissioni interne al Wto, che hanno la facoltà di giudicare la conformità delle leggi di un paese ai principi del Wto.
Fin dal suo ingresso sulla scena, nel 1995, il Wto ha sempre giudicato che tutte le politiche legislative da esso prese in esame costituiscono barriere illegittime per il commercio, che in quanto tali devono essere abolite o modificate. I paesi le cui leggi sono state dichiarate barriere illegittime – o che sono stati semplicemente minacciati di giudizio da parte del Wto – hanno abolito o mitigato le proprie normative. Oltre a depotenziare gravemente alcuni orientamenti, questa tendenza ha un effetto paralizzante sulla propensione dei paesi ad approvare nuove leggi sull’ambiente, i diritti umani o la sicurezza, agendo sulla paura dei governi di trovarsi di fronte a nuove sfide.
I meccanismi stessi del Wto, concepiti per favorire il commercio e le multinazionali, rendono inevitabile questo risultato. A differenza delle commissioni nazionali, ma anche di altri organismi internazionali di arbitrato, le commissioni e i gruppi di lavoro del Wto rivelano una sorprendente mancanza di “trasparenza”, di apertura e di responsabilità di fronte ai cittadini. Questo conduce alla possibilità che le industrie vi esercitino un’influenza esorbitante. Un membro della dirigenza del Wto ha ammesso al “Financial Times” che il Wto “è il luogo dove i governi colludono in segreto contro i gruppi di pressione nazionali” [1].
Perfino le commissioni incaricate di dirimere le controversie

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ULTIMO AGGIORNAMENTO: 30-03-2020